Introduzione
••• Espressione comunemente usata per designare un modo di agire – in politica, come in ogni altro settore della società – subdolo, cinico e senza scrupoli, implicante l’uso del raggiro e dell’inganno pur di raggiungere il proprio fine, prescindendo quindi e totalmente da qualsiasi considerazione di natura etica, e superando al tempo stesso anche perbenismi e conformismi, così come ben sottolineato, ne “Le tappe del pensiero sociologico” (1967), da uno dei massimi sociologi e filosofi liberal-conservatori del Ventesimo secolo, Raymond Aron, secondo il quale, infatti, il machiavellismo è “lo sforzo di portare alla luce le ipocrisie della commedia sociale, di cogliere i sentimenti che fanno veramente muovere gli uomini, di catturare i conflitti autentici che costituiscono il tessuto del divenire storico, di dare una visione di ciò che è realmente la società, spogliata da tutte le illusioni.”
••• Più nello specifico, in ambito politico e filosofico, il machiavellismo rimanda direttamente alle dottrine del caposcuola della scienza politica moderna, per l’appunto Niccolò Machiavelli, esposte principalmente ne “Il Principe”, l’opera politica nella quale il “segretario fiorentino” teorizzò, alla luce dell’esperienza storica – passata e presente -, le forme degli Stati moderni, le peculiarità irrinunciabili dell’uomo di Stato e i mezzi per la costruzione di uno Stato forte. Nacque così il termine machiavellismo e il pensiero dell’autore fu riassunto nella famosa frase “Il fine giustifica i mezzi”1, proprio per indicare l’atteggiamento di quegli uomini di governo che impiegano qualunque artificio – finanche il più bieco – pur di giungere allo scopo prefissato2. Ma, in realtà, l’assunto metodologico machiavelliano dell’autonomia del governo e della politica da tutte le altre sfere dell’agire umano, e principalmente dalla morale, venne di fatto travisato, pertanto la frase di cui sopra va rifinita nel suo significato, nel senso che il fine deve essere di tale natura che serva realmente per porre un termine alle sterili divisioni della nazione e per ristabilire la giustizia, sotto la guida di chi si mostra più “virtuoso”.
Citiche e riconoscimenti
••• Una frase che, quindi, ha finito per riassumere superficialmente il pensiero del fondatore della politica moderna, il quale, tra l’altro, non è stato certamente il primo pensatore ad aver cercato di comprendere e spiegare la politica in chiave scientifica e razionale, ma che è stata, comunque, deformata a partire dalla seconda metà del XVI secolo, a seguito della polemica, nata in Italia e diffusa nel resto dell’Europa, condotta da alcuni cattolici e protestanti, come, per esempio, il cardinale Reginald Pole (“Apologia, 1535), il vescovo e storico Jeronimo Osorio (“De nobilitate civili et christiana”, 1542), il giureconsulto, scrittore e ugonotto Innocent Gentillet (“Discours contre Nicolas Machiavel”, 1576), il gesuita Antonio Possevino (“Iudicium”, 1592) e infine il filosofo e domenicano Tommaso Campanella (“La città del sole”, 1602), i quali videro ne “Il Principe” lo strumento, perfido e perverso, di cui si erano serviti in quegli anni molti uomini di Stato per attuare i loro crimini, svincolati com’erano da ogni remora etica e sempre pronti a servirsi del sopruso e della violenza per acquisire l’obiettivo. Una tendenza, questa, che culminerà nel XVIII secolo con i trattati di Federico II di Prussia (“Antimachiavel”, 1739) e di Immanuel Kant (“Per la pace perpetua”, 1795), dove viene teorizzata la più totale soggezione della politica all’etica.
••• E tuttavia, già alla fine del XVI secolo si possono scorgere i primi, seppur flebili, tentativi di analisi meno pregiudiziale dell’opera machiavelliana, della quale, benché duramente respinta, se ne intuiva la novità e la complessità, come in Giovanni Botero (La ragione di Stato”, 1574) e ancor più all’inizio del XVII secolo, grazie a scrittori politici e pensatori come, ad esempio, Francesco Bacone (“Sull’avanzamento e sul progresso del sapere umano e divino”, 1605) e Ludovico Zùccolo (“Della ragion di Stato”, 1621), nei quali, a seguito di una attenta riflessione sulla politica, sull’etica e più complessivamente sulla storia, si intravede lo sforzo di superare le considerazioni ideali e astratte attraverso un’analisi avalutativa e realistica dei fatti, incardinata, cioè, sull’esigenza storica di rivolgere lo sguardo sulle verità effettuali delle cose, unico modo per discernere i limiti della società umana e per escogitare gli opportuni sistemi mediante i quali avvicendare alla “vergogna dell’ignoranza” i benefici provenienti da un sapere adeguato alle necessità del tempo, pragmatico e conformato ai bisogni concreti delle nazioni. Altrimenti detto: a lato del filone esegetico critico, deteriore e arbitrario del machiavellismo, che individuava nelle tesi espresse da “Il Principe” – esemplificate grossolanamente parlando dall’espressione “Il fine giustifica i mezzi “ – una sorta di vademecum per despoti e autocrati, prende forma un’interpretazione dottrinale – da Baruch Spinoza a Jean-Jacques Rousseau – che pone in termini effettivamente fattuali e razionalistici l’opera politica del pensatore fiorentino, identificata infatti con il repubblicanesimo e dunque portatrice di ideali di libertà e democrazia. Si tratta della cosiddetta “interpretazione obliqua” del machiavellismo, per la quale Machiavelli, nel rivolgersi agli uomini di Stato del tempo, preparerebbe e avvertirebbe in realtà i popoli, svelando loro l’arroganza del potere e mettendo in luce, per contrasto, il valore della libertà; se, per esempio, Spinoza nel suo “Trattato teologico-politico” (1670) sostiene che Machiavelli abbia voluto rivelare al popolo quanto sia irragionevole e pericoloso in termini di libertà civile affidarsi a un sol uomo, Rousseau, parimenti, ne “Il Principe” vide “il libro dei repubblicani”, poiché il Machiavelli “fingendo di dare lezioni al re, ne ha date di grandi ai popoli.”
••• Ma è soprattutto nel XIX-XX secolo che al pensiero di Machiavelli, collocato correttamente nel suo particolare contesto, è riconosciuto il giusto valore, In Georg Wilhelm Friedrich Hegel, per esempio, si trova una durissima critica dell’antimachiavellismo, della sua totale incapacità nel comprendere il significato vero e intimo de “Il Principe”, come ben descritto nelle pagine del saggio postumo (1893) “Costituzione della Germania”: “è sommamente irrazionale il trattare l’esecuzione di un’idea che è sorta immediatamente dall’osservazione della situazione d’Italia come un compendio di principi politico-morali onnivalente, per tutte le circostanze, cioè adatto a nessuna situazione specifica. Si deve giungere alla lettura de “Il Principe” immediatamente dalla storia dei secoli trascorsi prima di Machiavelli, con l’impressione che questa ci ha dato: esso così non solo viene giustificato, ma apparirà come una concezione sommamente grande e vera di una autentica mente politica di grandissimo e nobilissimo sentire”. Per Hegel, infatti, ciò che muove Machiavelli è prima di tutto il fine supremo di fondere un popolo in uno Stato, un fine talmente alto e qualificante che oltrepassa tutti gli altri e che rende le recriminazioni sui mezzi utilizzati relative e gratuite, dal momento che le “membra cancrenose non possono essere curate con l’acqua di lavanda”. E ancora, se per Hehel il machiavellismo rappresenta una guida irrinunciabile per un agire politico realistico e scientifico, per Francesco De Sanctis è addirittura all’origine dell’età moderna e di tutto ciò che ne consegue, in quanto ha precorso la disgiunzione tra la sfera spirituale e quella temporale, l’indipendenza della ragione umana e il realismo politico, così come ha concorso da intellettuale alla causa dell’unificazione italiana, come messo in luce dallo stesso De Sanctis in “Storia della letteratura italiana” (1870-1871): “Ebbe chiarissimo il concetto che l’Italia non potesse mantenere la sua indipendenza se non fosse unita tutta o gran parte sotto un solo principe. E sperò che casa Medici, potente a Roma e a Firenze, volesse pigliare l’impresa”. E altri emeriti pensatori riconoscono il merito storico del machiavellismo nell’anticipare le vicende della modernità e nel separare la scienza politica dalle ingerenze spirituali (Benedetto Croce) e nel formulare un’idea di ragion di Stato quale norma regolatrice e motrice dell’azione statale (Friedrich Meinecke), anche se naturalmente non mancano analisi e letture critiche, e specie in ambito marxista, come in Antonio Gramsci, il quale ha visto ne “Il Principe” il manifesto politico e culturale della classe sociale borghese.
Notes
••• 1. La celebre frase non fu mai pronunciata da Niccolò Machiavelli ma è stata usata sovente per designare il machiavellismo; essa, infatti, fu scritta dal Francesco De Sanctis per indicare, all’interno dell’opera “Storia della letteratura italiana”, il modo fallace e grezzo di interpretare e riassumere il vero pensiero dello scienziato politico fiorentino ne “Il Principe”.
••• 2. Tra gli esempi più significativi di machiavellismo politico si possono menzionare quelli realizzati da regimi totalitari e autoritari, come Stalin in Unione Sovietica e Mussolini in Italia, che raggiunsero e mantennero nel tempo il potere con la forza e la violenza prescindendo totalmente da considerazioni di carattere morale, ma finanche da regimi liberali e democratici, come nel caso del Presidente degli Stati Uniti d’America, Harry Truman, che per porre finire alla Seconda guerra mondiale non esitò ad usare l’arma atomica su Hiroshima (6 agosto 1945) e Nakasaki (9 agosto 1945).
Bibliografia
••• Federico Chabod, “Scritti su Machiavelli”, Einaudi Editore, Torino, 1980
••• Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, “Il Dizionario di Politica”, UTET Editore, Torino, 2004
••• Niccolò Machiavelli, “Il Principe”, Einaudi Editore, Torino, 2005 •••
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“Classici del pensiero italiano: Niccolò Machiavelli”, Treccani Editore, Roma, 2006