Introduzione
••• Con l’espressione “New Deal” si intende il “nuovo corso” per mezzo del quale il Presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Delano Roosevelt, del Partito Democratico, appena eletto, cercò, negli anni compresi tra il 1933 e il 1938, di rispondere alla grande crisi economica scoppiata nel 1929 con un insieme di riforme incentrate soprattutto sull’intervento pubblico.
Premesse
••• Subito dopo la Prima guerra mondiale, gli Stati Uniti erano diventati la più grande potenza economica e militare del mondo, raggiungendo dei livelli di crescita mai visti in precedenza, un periodo di prosperità trainato anzitutto dal settore automobilistico, che a sua volta trascinò prepotentemente gli altri settori complementari, come l’industria metallurgica, dei trasporti e delle infrastrutture; insomma, sull’onda dei valori incarnati dal sistema economico capitalista, sembrava essersi attivato un circolo virtuoso senza fine, principalmente perché l’incremento del prodotto interno lordo consentiva di mantenere inalterati i salari e i prezzi dei prodotti, favorendo pertanto gli investimenti che, a loro volta, favorivano l’aumento dell’occupazione e dei consumi interni. Di fronte a questo aumento inarrestabile di produttività, gli ultimi inquilini della Casa Bianca (Warren Harding, John Calvin Coolidge, Herbert Hoover), tutti repubblicani, agirono secondo la classica politica economica liberista: e cioè, l’apparato pubblico doveva necessariamente arretrare di fronte all’interesse privato, il che implicava fondamentalmente tre cose:
••••• la diminuzione della spesa pubblica considerata improduttiva;
••••• la riduzione della pressione fiscale;
••••• il mantenimento di un tasso di interesse sul prestito molto basso al fine di facilitare l’accesso al credito per le piccole e medie imprese statunitensi.
••• E ancora, l’investimento finanziario era diventato ormai un autentico fenomeno di massa, con milioni e milioni di persone che investivano i propri risparmi per acquistare azioni che poco tempo dopo venivano rivendute per incamerare la differenza. Al tempo stesso, vi erano altri milioni di individui che, viceversa, vivevano in condizioni di indigenza, poiché da un lato gli stipendi operai erano cresciuti enormemente meno rispetto alla produzione industriale e dall’altro il settore agricolo dell’est era oramai in ginocchio per via di una drastica riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli come risultato della sovrapproduzione che non veniva smaltita dal mercato.
••• Ineluttabilmente, l’esaltazione finanziaria cessò quando (24 ottobre 1929: “giovedì nero”) vennero vendute milioni e milioni di azioni al ribasso, provocando il tracollo di Wall Street e una disastrosa spirale recessiva, trascinando con sè anche l’economia del Vecchio Continente, anzitutto quella tedesca. In brevissimo tempo, la produzione industriale scese di oltre il 50%, le imprese chiusero i battenti, il tasso di disoccupazione raggiunse il suo massimo storico, scatenando il panico fra i risparmiatori e i lavoratori e nel complesso un’ondata di miseria praticamente in ogni dove del suolo americano.
Elezione di Franklin Delano Roosevelt
••• L’Amministrazione repubblicana Hoover, convinta del ruolo salvifico svolto dal mercato, ostile alla politica statalista e dirigista propria dello Stato sociale e quindi fautrice del principio dello “Stato minimo”, non seppe predisporre misure economiche adeguate, capaci di governare la crisi di sovrapproduzione, sicché alle elezioni del 1932 Hoover venne severamente sconfitto dal candidato democratico, Franklin Delano Roosevelt, che, in uno dei suoi primissimi discorsi come 32° Presidente degli Stati Uniti d’America, asserì quanto segue:
••••• “Sono convinto che se c’è qualcosa da temere è la paura stessa,
••••• il terrore sconosciuto, immotivato e ingiustificato che paralizza.
••••• Dobbiamo perciò sforzarci di trasformare una ritirata in una avanzata.
••••• Chiederò al Congresso l’unico strumento per affrontare la crisi.
••••• Il potere, cioè, di agire ad ampio raggio, per dichiarare guerra all’emergenza.
••••• Un potere grande come quello che mi verrebbe dato
••••• se venissimo invasi da un esercito straniero.”
••• Una volta eletto nel 1932, e entrato in carica nel gennaio del 1933, Roosevelt, per arrestare la spirale recessiva, con un gruppo di economisti d’area noto come il “trust dei cervelli”, predispose un programma economico e sociale pubblico, antitetico alla tradizionale posizione dell’amministrazione federale improntata al classico motto liberal-liberista del “laissez-faire”, agendo contemporaneamente sia sul lato dell’offerta, con un occhio attento alla produzione e con norme atte a ripristinare la fiducia nel sistema bancario1, che su quello della domanda, con ingenti investimenti volti a sostenere l’attività industriale e l’occupazione2, principalmente attraverso un gigantesco programma di realizzazione di lavori pubblici, e senza preoccuparsi più di tanto del deficit di bilancio. In effetti, la crisi economica e sociale fu in parte contenuta, grazie alla costituzione di organismi specifici, in grado di sostenere i ceti sociali più popolari, ovverosia quelli maggiormente colpiti dalla depressione, come il “Civil Works Administration”, la “Federal Emergency Relief Administration”, il “Civilian Conservation Corps” e prima di tutto la “Tennessee Valley Authority”, società federale ideata come agenzia di sviluppo regionale che contribuì in maniera decisiva all’industrializzazione della regione sudorientale degli Stati Uniti, attraverso la costruzione di imponenti opere pubbliche per assicurare la navigazione fluviale, il controllo delle ricorrenti inondazioni e la produzione e la distribuzione di energia elettrica.
••• Nel suo complesso, il “nuovo corso” roosveltiano, nonostante l’opposizione repubblicana e di alcuni influenti settori del potere finanziario e industriale conservatore, riuscì ad alleviare la piaga dei senza lavoro e a rilanciare il processo produttivo, conseguendo buoni risultati, anzitutto quello di ridare al Paese fiducia e speranze nel futuro. E tuttavia, al tempo stesso, anche per l’opinione talvolta contraria della Corte Suprema, che dichiarò infatti incostituzionali alcune direttive del “New Deal” – suscitando, a sua volta, la reazione del Presidente Roosevelt, che individuava in essa l’organo di rappresentanza dei ceti più abbienti -, e malgrado le tante opere pubbliche varate a supporto dell’occupazione, le sovvenzioni a favore dell’agricoltura3, l’introduzione del minimo salariale, della settimana lavorativa4 e delle prime apprezzabili forme di Welfare State – dalle quali gli operai americani erano stati fino ad allora del tutto privati e indirizzate a combattere il lavoro minorile e in nero -, la politica di Franklin Delano Roosevelt, dall’indirizzo economico spiccatamente keynesiano, venne sottoposta, nel presente e nel futuro, anche a severe, e talora giustificate, critiche, provenienti non solo dal ceto sociale più ricco che sottostette all’incremento progressivo delle aliquote, ma anche dai settori più indipendenti, che mettevano in luce l’eccessiva statalizzazione del Paese da tempo il più liberale al mondo e i risultati non del tutto soddisfacenti in merito ad una migliore distribuzione della ricchezza. Insomma, il “New Deal” è stato un momento straordinario di impegno e di sforzo riformatore, un sistema originale per riorganizzare l’economia e la società statunitense, rendendole idonee ad affrontare e superare le complessità di quel tempo, e realizzando un compromesso alto tra il liberismo del primo dopoguerra e il progressismo del dopo 1929, cioè un nuovo e realistico approccio politico e sociale, sempre attento alle nuove forme di sperimentazione economica, che consentirà allo stesso Roosevelt di essere rieletto alle successive elezioni presidenziali (1936, 1940), e alla nazione statunitense di rialzare la testa e di proseguire nel suo cammino, sebbene minacciato in lontananza dalle prospettive della guerra, ormai incombente.
Dibattito storiografico
••• Il “New Deal” è stato senza ombra di dubbio uno degli argomenti più intensamente dibattuti dalla storiografia americana nel secondo dopoguerra. . . . e non potrebbe essere altrimenti, vista la rilevanza di quel particolare, benché breve, periodo storico per comprendere il mood, cioè lo stato d’animo, degli Stati Uniti, e di quel Presidente nell’immaginario popolare.
••• Premesso ciò, il manifesto socio-economico-culturale ideato dall’Amministrazione Roosevelt è stato oggetto di analisi speculativa principalmente della corrente intellettuale detta “liberal”, che intravedeva nel “nuovo corso” l’archetipo da seguire e promuovere, in quanto assunzione responsabile e diretta del valore etico della solidarietà nei confronti di quella parte di popolo lasciata fino a quel momento in una posizione di assoluta retroguardia nella piramide sociale. Altrimenti detto: la partecipazione, la sicurezza nel mondo del lavoro, il ruolo dei sindacati5, l’intervento pubblico, la giustizia sociale, il controllo sui potentati economici, la concorrenza e il mercato regolato sono i presupposti chiave per un ideale comunitario, popolare e nazionale, già immaginato in un certo qual modo dai padri della patria americana: ovvero, l’etica politica posta al servizio della collettività quale strumento fondamentale e qualificante per fare fronte nel migliore dei modi alle nuove e complesse sfide della contemporaneità, tanto che alcuni degli esponenti più importanti della storiografia liberal-progressista sostennero una continuità politica e morale – da auspicare per il futuro – tra il populismo-progressista di inizio secolo, rappresentato da Theodore Roosevelt, e il “New Deal” di Franklin Delano Roosevelt, visto come l’erede legittimo di alcuni grandi presidenti entrati nella coscienza collettiva degli Stati Uniti (Thomas Jefferson, Andrew Jackson, Abraham Lincoln), a prescindere dalla loro appartenenza nello scacchiere politico interno. Pertanto, il nuovo corso rooseveltiano non doveva intendersi in senso passatista e tradizionalista, ma, anzi, al contrario, una rivoluzione innovativa che recuperava quell’afflato democratico e popolare tipico di una nazione, come quella americana, che era il prodotto di una mescolanza (“melting pot”) di genti e di ceti profondamente diversi, e che aveva qualificato il Paese fino allo sconvolgimento cagionato dai valori talvolta egoistici del capitalismo statunitense degli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale.
Notes
••• 1. Il 16 giugno 1933 venne emanato il “Banking Act”, che prevedeva, tra le altre cose, accurate ispezioni da parte del Dipartimento del Tesoro in tutti gli istituti finanziari in difficoltà o addirittura falliti dopo il 1929 come condizione necessaria per una eventuale riapertura, l’assistenza federale a quelli in bilico e più complessivamente una profonda riforma dell’intero sistema creditizio.
••• 2. Per arrestare l’emergenza occupazionale, uno dei primissimi, e forse il più importante, dei provvedimenti legislativi emanati (16 giugno 1933) dalla nuova amministrazione americana fu il “National Industrial Recovery Act” (NIRA), volto al sostegno del settore automobilistico e delle grandi opere in nome, per l’appunto, di una nuova forma di capitalismo che attribuiva all’autorità federale il ruolo di garante e di regolatore del mercato nei confronti degli squilibri dell’ideologia liberista fino a quel momento imperante.
••• 3. Per ovviare alla drammatica situazione del comparto agricolo orientale il 15 maggio 1933 venne emanato l'”Agricultural Adjustement Act”, volto a riorganizzarlo nel profondo attraverso la riduzione mirata della produzione agricola per arrestare la discesa dei prezzi dei prodotti e l’elargizione di consistenti sussidi pubblici.
••• 4. Allo scopo di migliorare le condizioni generali dei lavoratori salariati nei luoghi di lavoro (40 ore settimanali di lavoro) il 16 gennaio 1935 si creò il “Work Progress Administration”.
••• 5. A tutela delle libertà sindacali il 3 luglio 1937 venne emanato il “Wagner Act”.
Bibliografia
••• William Edward Leuchtenburg, “Franklin D. Roosevelt e il New Deal”, Editori Laterza, Bari, 1972
••• Maurizio Vaudagna, “Il New Deal”, Il Mulino Editore, Bologna, 1981
••• “Storia contemporanea”, Donzelli Editore, Roma, 1999
••• Massimo L. Salvadori, “Enciclopedia storica”, Zanichelli Editore, Bologna, 2000
••• Massimo Teodori, “Storia degli Stati Uniti e sistema politico americano”, Newton & Compton Editore, Roma, 2004
••• “Storia economica”, Edizioni Simone Editore, Napoli, 2004
••• “La storia”, UTET Editore, Torino, 2007; De Agostini Editore, Novara, 2007; Mondadori Editore, Milano, 2007