Generalità
••• È il processo con il quale un dato sistema economico (impresa, settore produttivo, società) amplia il capitale o anche l’insieme di beni strumentali (impianti) destinando ad esso una parte del prodotto ottenuto, con il fine ultimo e qualificante di sviluppare la capacità di produzione. Diversamente detto, l’accumulazione presuppone necessariamente come conditio sine qua non l’esistenza nel sistema economico di un surplus, cioè di un sovrappiù di beni prodotti rispetto ai beni necessari per ripristinare le condizioni precedenti, considerando quindi l’accumulazione al netto di quella parte di capitale da impiegare periodicamente per supplire al deperimento dello stesso capitale. Per fare un esempio, in un sistema economico primitivo, come l’agricolo, imperniato sulla produzione di grano, il concetto di accumulazione può essere individuato nell’incremento progressivo di quella tot parte di grano da destinarsi tuttavia non al consumo, ma piuttosto come fattore (“grano da semina”) nel nuovo ciclo produttivo, svolgendo pertanto una funzione decisiva del meccanismo economico generale, e cioè quella della crescita.
••• Forme di accumulazione se ne possono riconoscere praticamente in tutte le fasi storiche, ciononostante è in relazione al sistema di produzione capitalistico che il suo concetto acquista una sua specifica autonomia speculativa e dottrinale, giacché, per esempio, è stato assunto come un argomento imprescindibile per analizzare e spiegare il concetto di sviluppo da parte sia degli economisti “classici” (Adam Smith, David Ricardo) che da quelli socialisti (Karl Marx). Se gli economisti classici vedevano nell’accumulazione il risultato del lavoro e del risparmio (“consumo differito”) degli imprenditori, secondo l’intellettuale e economista comunista, invece, l’accumulazione costituiva il punto di partenza del sistema capitalista, essendo la conseguenza della divisione tra i piccoli produttori diretti di tipo artigianale, convertiti in operai dipendenti, e i mezzi di produzione che, concentrati nelle mani di pochi imprenditori, cioè della borghesia, finiscono in pratica per trasformarsi nel capitale. Una situazione che si è venuta a costituire, secondo l’autore de “Il Capitale” (1867), in Inghilterra, a partire dal XV-XVI secolo, a seguito dell’appropriazione e della concentrazione di terre comuni da parte di proprietari terrieri che abbisognavano di pascoli per far fronte all’accresciuta domanda di lana, e che si consolidò ulteriormente con le recinzioni (“enclosures”), con la secolarizzazione dei beni ecclesiastici e con l’instaurazione, dopo la caduta degli Stuart (XVIII secolo), di un regime parlamentare che interpretava al meglio le esigenze sociali e economiche della borghesia; sicché la creazione delle prime aziende agricole moderne, continua Karl Marx, ha dato luogo a un depauperamento di una grandissima parte dei contadini non possidenti, che avevano vissuto, o sopravissuto, fino ad allora nelle terre comuni, e di quei piccolissimi proprietari non in grado di misurarsi con le grandi unità produttive, e da qui l’esigenza per questa massa di persone di convertirsi in manodopera salariata nelle imprese capitalistiche, prima agricole e poi industriali.
Bibliografia
••• Guido Bolaffi, “La transizione dal feudalesimo al capitalismo”, Savelli Editore, Roma, 1975
••• Maurice Dobb, “Problemi di storia del capitalismo”, Editori Riuniti, Roma, 1980
••• Massimo L. Salvadori, “Enciclopedia storica”, Zanichelli Editore, Bologna, 2000
••• Alessandro Roncaglia, Paolo Sylos Labini, “Il pensiero economico”, Laterza Editore, Bari, 2002
••• “Storia economica”, Edizioni Simone Editore, Napoli, 2004