Introduzione
••• Per Prima guerra mondiale si intende comunemente la guerra combattuta dal 1914 al 1918, scoppiata a seguito della crisi politica e diplomatica scaturita dall’uccisione, il 28 giugno 1914, di Francesco Ferdinando, arciduca e erede designato al trono asburgico, per mano del serbo Gavrilo Princip. In generale, la Prima guerra mondiale è stata la prima guerra totale, in quanto impegnò non solo classicamente gli apparati bellici, ma anche l’intera vita degli Stati coinvolti, da ogni punto di vista (politico, sociale, economico, culturale). In altri termini, fu una guerra totale e globale, svoltasi cioè in terra, in mare e, per la prima volta nella storia, in cielo, contrassegnata, tra le altre cose, dall’impiego massiccio di armamenti mai visti e usati prima (aerei, sottomarini, carri armati, gas soffocanti), combattuta fino all’esaurimento delle risorse messe a disposizione dai belligeranti e conclusasi con la dissoluzione di quattro grandi imperi: germanico, austro-ungarico, russo, ottomano.
Premesse e cause
••• Indipendentemente dalla contrapposizione tra Austria e Serbia, le cause profonde a base dello scoppio della cosiddetta “Grande Guerra” sono da ricercarsi innanzitutto nel disfacimento spirituale e culturale che, negli ultimi decenni del XIX secolo, aveva determinato da una parte il declino dei valori tradizionali e il venir meno della fiducia, prima totale e incondizionata, nella ragione e nelle idealità politiche democratiche e liberali, e dall’altra, viceversa, l’avvento di “valori” e teorie incarnanti l’imperialismo – col ruolo “civilizzante” del Vecchio Continente -, il razzismo, il “superuomo” e la guerra come “selezione naturale” e “sola igiene del mondo”, come messo in evidenza da un celebre articolo pubblicato dal quotidiano francese “Le Figaro” il 22 febbraio 1909 che portava alla luce alcuni passi presenti nel “Manifesto del futurismo” dell’intellettuale italiano Tommaso Filippo Marinetti:
••••• “. . . . . . Noi vogliamo glorificare la guerra – la “sola igiene del mondo” -, il militarismo, il gesto distruttore dei liberatori, le belle idee per cui si muore. . . . . .”
••• Ma, ovviamente, a questa crisi dello spirito vanno aggiunte cause più terrene e materiali, derivanti dallo sviluppo, forse incessante e incontrollabile, del sistema economico capitalista, che aveva modificato il nazionalismo delle origini in imperialismo, ovvero nella volontà vitale di affermazione di uno Stato al di sopra e a discapito degli altri Stati, e pertanto in un nuovo e più pericoloso antagonismo tra le più grandi potenze, contribuendo, inoltre, alla formazione, nell’ambito delle relazioni internazionali del tempo, di due diverse alleanze: la “Triplice Intesa”, costituita da Francia, Gran Bretagna e Russia, e la “Triplice Alleanza”, formata da Germania, Austria-Ungheria e, seppur in una posizione vaga, Italia, Fu in particolare la “Triplice Alleanza” a dar fuoco alle polveri: l’Austria, per stabilizzare la propria presenza nella regione balcanica e per liquidare definitivamente la Serbia, da sempre protetta dalla Russia e uscita rafforzata dalle guerre balcaniche; la Germania, viceversa, per rifarsi di alcune sconfitte diplomatiche che le avevano impedito di creare un impero coloniale sul modello francese e britannico e che fosse corrispondente alla sua straordinaria capacità industriale. Ma anche le altre potenze, quelle facenti parte della “Triplice Intesa”, apparivano non dichiaratamente ostili alla guerra, giacché la Francia era fortemente determinata ad avere una rivincita, sia militare che politica, contro la Germania, dalla quale era stata umiliata nella Guerra franco-prussiana del 1870-1871; la Russia zarista per riacquistare il prestigio venuto meno dopo la sconfitta con il Giappone nel 1904-1905; e infine la Gran Bretagna, intenzionata a proteggere il suo primato economico, seriamente minacciato dallo straordinario dinamismo produttivo tedesco.
••• E così, al momento dell’attentato di Sarajevo, scattarono le rispettive alleanze militari, seppure con alcune importanti eccezioni, come quella rappresentata dall’Italia, i cui interessi, infatti, la ponevano in netta contrapposizione con l’Austria per le sue rivendicazioni territoriali in Trentino e Friuli Venezia Giulia, dichiarando la propria neutralità in attesa di sviluppi futuri. Venuta ben presto meno una proposta diplomatica britannica, alla dichiarazione di guerra dell’Austria-Ungheria (28 luglio 1914) alla Serbia – che aveva ricusato l’ultimatum di Vienna -, fece così seguito come effetto domino l’entrata in guerra di tutte le altre potenze: la Germania – forse perché convinta di poter localizzare il conflitto bellico e di vincere in breve tempo – dichiarò guerra prima alla Russia (1° agosto 1914) e subito dopo alla Francia (3° agosto 1914); l’Italia (3° agosto 1914) dichiarò la propria neutralità – benché iniziale, come poi vedremo -, dato che la “Triplice Alleanza” era nata su posizioni meramente difensive e perché persuasa di poter ottenere di più, molto di più da questa posizione; la Gran Bretagna (4° agosto 1914) dichiarò guerra alla Germania e all’Austria-Ungheria. Inoltre, in momenti successivi, si ricordi che la “Triplice Intesa” venne supportata da altri belligeranti, come il Giappone (agosto 1914), l’Italia (maggio 1915), la Romania (luglio 1916) e soprattutto la nuova superpotenza mondiale, ovverosia gli Stati Uniti d’America (aprile 1917), mentre alla “Triplice Alleanza” si affiancarono l’Impero ottomano (novembre 1914) e la Bulgaria (ottobre 1915). Insomma, nel complesso, tutto, o quasi, il mondo era in guerra, anche perché lo scoppio della guerra, perlomeno in Europa, ebbe un entusiastico – e drammaticamente irrazionale – appoggio popolare, il che attesta quale fosse in quel periodo l’influenza esercitata sulle masse da tutti quei sentimenti di “superuomo” dei quali si è trattato all’inizio, al punto che per esempio la Seconda Internazionale (1899-1916) fallì miseramente nel suo progetto e i partiti di ispirazione socialista, tranne che in Russia e Italia, diedero manifestamente il loro consenso, abbagliati dal fatto che le previsioni generali spingessero per una soluzione più che rapida della guerra.
1914: da guerra di movimento a guerra di trincea
••• Pur essendo combattuta anche nelle colonie, la Prima guerra mondiale fu sostanzialmente una guerra geograficamente europea, nel senso che nel Vecchio Continente si combatterono tutte le battaglie più importanti, una guerra che nello spazio di pochissimi mesi si trasformò da guerra di movimento a guerra di trincea. In effetti, la Germania – che grazie all’eccezionale sviluppo tecnico e industriale disponeva di una poderosa macchina bellica, e convinta, perciò, di essere protagonista (vincente) di una guerra lampo (“Blitzkrieg”) – entrò in guerra in base al celeberrimo “Piano Schlieffen”. Dal nome del feldmaresciallo tedesco, il piano prevedeva che il grosso dei reggimenti, dopo l’occupazione del Belgio, dovesse essere dislocato ad ovest, contro la tradizionale nemica, e cioè la Francia, per rivolgersi subito dopo sul fronte orientale, verso la Russia zarista. Come noto, le cose andarono assai diversamente da come vennero illusoriamente immaginate dai tedeschi, dato che il loro slancio ad ovest venne arrestato inizialmente dai soli francesi lungo il fiume Marna (novembre 1914) e in seguito dal complesso delle truppe anglo-francesi a nord (ottobre-novembre 1914). Di fatto, la guerra lampo fallì, giacché, nonostante alcuni importanti successi tedeschi sul fronte orientale (Prussia, Polonia), la resistenza opposta dall’esercito russo fu sufficiente a distogliere parte dell’esercito tedesco dal fronte occidentale, mutando dunque, come testé evidenziato, la natura della guerra stessa, da guerra di movimento a guerra di trincea, lungo un confine di quasi 850 km, dalle Fiandre alla Svizzera.
1915-1916: intervento dell’Italia e guerra navale
••• Il venir meno della guerra tanto vagheggiata da Alfred von Schlieffen e portata poi avanti dai generali Moltke, Hindenburg e Ludendorff fece sì che la situazione sul fronte occidentale rimanesse fondamentalmente immutata; perlomeno per quanto concerne il fronte occidentale, poiché su quello orientale gli Imperi centrali costrinsero i russi ad indietreggiare, inducendoli, verso la fine del 1915, a sgomberare tutto il territorio polacco e nel momento in cui l’entrata dell’Impero ottomano a fianco di quegli stessi Imperi indusse i russi ad aprire un altro fronte, sul lato sud-orientale.
••• Intanto, la situazione dell’Italia, che aveva precedentemente scelto una posizione neutrale, oscillando tra l’intervento a favore degli Imperi centrali – e dunque della “Triplice Alleanza” -, ai quali era, sebbene formalmente, ancora alleata, e quello a fianco della “Triplice Intesa”, stava diventando sempre più delicata e ambigua, in quanto non poteva più rimanere estranea di fronte ad un contesto, politico e militare, che avrebbe cambiato il volto di tutta l’Europa e, probabilmente, di tutto il mondo. Al riguardo, già alla fine del 1914 si vennero a manifestare presso l’opinione pubblica italiana diverse posizioni: una favorevole all’Austria e alla Germania, un’altra disponibile verso la Francia, la Gran Bretagna e la Russia e un’altra ancora che, invece, sosteneva i vantaggi di una completa neutralità. Scartata prontamente la prima ipotesi – in quanto, divenendo l’Italia cobelligerante dell’Austria, sarebbe stata concepita quasi come un tradimento dei valori del Risorgimento e dell’irredentismo, valori ancora vivamente presenti nel giovane Stato unitario italiano che, infatti, richiedeva l’annessione delle “terre irredente” trentine e friulane ancora in mano austriaca -, le altre due ventilate ipotesi vennero sottoposte ad un aspro dibattito pubblico e parlamentare, tra interventisti di varia corrente e neutralisti. Alla fine, il governo italiano – dopo aver provato, senza risultato alcuno, di avere dall’Austria le terre di cui sopra in cambio di una nostra posizione neutrale – strinse un accordo segreto con le potenze della “Triplice Intesa”, cioè il “Patto di Londra”, firmato il 26 aprile 1915, che, perlomeno sulla carta, avrebbe garantito enormi compensi territoriali e coloniali, e dichiarò pertanto guerra all’Austria (24 maggio 1915) - mentre la dichiarazione di guerra alla Germania s’ebbe ufficialmente solo il 27 agosto 1916 -, scatenando l’ira delle forze intellettuali e politiche ostili all’intervento bellico. Da allora, al comando del generale Luigi Cadorna, le truppe italiane, tra il giugno e il dicembre del 1915, lanciarono quattro offensive sull’Isonzo e sul Carso, che, tuttavia, si tramutarono in quattro altrettante pesanti sconfitte, mettendo chiaramente in luce l’inadeguatezza del nostro esercito.
••• In termini generali, se il 1915 venne a concludersi con un palese vantaggio dei tedeschi e degli austriaci, il 1916 si caratterizzò soprattutto per il fallimento definitivo della Germania circa il già citato “Piano Schlieffen”: l’offensiva tedesca sul fronte occidentale non ebbe infatti alcun successo, tanto che la battaglia di Verdun – per alcuni una delle più grandi carneficine della storia bellica, con centinaia di migliaia di morti e combattuta senza esclusione di colpi dal febbraio al dicembre – venne nettamente vinta dai francesi, che, per di più, beneficiarono dell’apertura di un altro importante fronte bellico, quello sulla Somme (settembre-dicembre), dove le truppe anglo-francesi costrinsero più di una volta i tedeschi ad una mesta ritirata.
••• Nel frattempo, esattamente nel maggio, gli austriaci scatenarono contro gli italiani quella che fu denominata “Strafexpedition”, una spedizione punitiva volta a punire i “traditori” italiani; e tuttavia, l’intento venne meno, dal momento che in oriente l’esercito russo riuscì a varcare le linee austriache, cosicché la capitolazione dell’Austria venne scongiurata solamente in virtù di un massiccio intervento delle milizie tedesche, consentendo così all’Italia di contenere l’avanzata austriaca.
••• E sempre nel 1916 degli altri fatti svolsero un ruolo importante, forse decisivo, sull’esito del primo conflitto mondiale: in particolare, in Medio oriente i britannici – grazie all’attività dell’agente Thomas Edward Lawrence, alias “Lawrence d’Arabia” – diedero avvio alla rivolta delle genti arabe – fino ad allora costantemente divise e in lotta tra loro – contro gli ottomani e conseguirono una prima importante vittoria sottomarina nei confronti della flotta tedesca nella battaglia dello Jutland.
1917: tracollo russo e intervento statunitense
••• Il 1917 viene considerato dalla maggioranza degli storici come l’anno decisivo per le sorti della Prima guerra mondiale, dato che se per un verso gli Imperi centrali poterono avvalersi del tracollo della Russia, sconvolta e dilaniata dalla Rivoluzione bolscevica, le potenze ancora facenti riferimento alla Triplice Intesa beneficiarono dell’entrata in guerra di quella che ormai si palesava come la più grande potenza su scala internazionale, cioè gli Stati Uniti d’America. Ma andiamo con ordine.
••• L’anno si apre con il rifiuto da parte di Gran Bretagna e Francia delle proposte di pace avanzate dalla Germania per meri fini di propaganda politica e con la successiva dichiarazione di guerra sottomarina illimitata – sempre di parte tedesca – per poter forzare il blocco navale imposto dai britannici. Un evento, quest’ultimo, che determinò, come rilevato in precedenza, l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America il 6 aprile di quell’anno e compensò ampiamente l’imminente decomposizione della Russia zarista, il cui esercito, dopo la Rivoluzione di febbraio, con le sommosse di San Pietroburgo (8-9 marzo) e l’abdicazione dello Zar Nicola II (15 marzo), si andava sfaldando, contemporaneamente al ritorno clandestino in Russia, grazie ad un patto con lo Stato maggiore tedesco, del leader del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR), Vladimir Il’ic Ul’janov, meglio conosciuto come Lenin, il quale proclamò nelle sue celeberrime “Tesi di aprile” l’uscita del suo Paese dalla guerra, la rottura col governo borghese in carica e la presa del potere da parte dei Soviet (consigli degli operai), aprendo in tal modo la strada alla rivolta scatenata e vinta dall’ala massimalista bolscevica a San Pietroburgo il 7 novembre – o il 25 ottobre secondo il calendario giuliano al tempo vigente in Russia e sostituito da quello gregoriano l’anno dopo - e quindi al comunismo.
••• Intanto, sul fronte occidentale i belligeranti mantennere in sostanza le proprie posizioni, con l’unica importante eccezione rappresentata dallo sfondamento delle linee difensive italiane ad opera delle truppe austriache e tedesche (Caporetto, 24 ottobre), seppur contenuto in parte sul Piave, che fu la causa prima delle dimissioni del governo di Paolo Boselli e poi dell’entrata in carica del governo di Vittorio Emanuele Orlando, oltre che della sostituzione del generale Luigi Cadorna con il generale Armando Diaz.
••• Nel frattempo, da più parti si levavano alte le voci a favore di una tregua, e tra queste certamente la più rilevante è quella del Pontefice Benedetto XV che in una nota1 del 1° agosto invitò i capi di Stato dei paesi belligeranti a porre definitivamente fine ad una “inutile strage”, formulando anche precise ipotesi sul modo in cui disciplinare le future dispute internazionali sulla base del principio di determinazione dei popoli. Ma a nulla valsero queste voci, di fronte alla determinazione degli Stati coinvolti di continuare la guerra fino all’esaurimento delle forze umane e materiali.
1918: fine della guerra
••• Nei primi mesi del 1918 – aperto dal messaggio inviato l’8 gennaio al Congresso americano dal Presidente Thomas Woodrow Wilson, nel quale venivano delineati quattordici punti chiave sui quali fondare le relazioni internazionali future – si assistette all’offensiva finale da parte degli Imperi centrali, alla defezione definitiva della Russia che, sconvolta dalla rivoluzione, chiese prima una tregua agli Imperi centrali e stipulò poi il 3 marzo la pace di Brest-Litovsk, al massimo sforzo in termini di mezzi e di uomini da parte degli Stati Uniti d’America e infine alla conclusione della guerra.
••• In particolare, la Germania, una volta eliminato il fronte russo, tentò una nuova offensiva sul fronte occidentale, ma, al dispetto di alcuni primi rilevanti successi, non riuscì a sfondare le linee difensive francesi e, anzi, la seconda battaglia combattuta sulla Marna (15-17 luglio) rappresentò il preludio per il contrattacco alleato che, sotto il comando del generale francese Ferdinand Foch, raggiunse forse il suo momento clou nella battaglia di Amiens (8-11 agosto), poiché da quel momento le forze alleate riuscirono a riconquistare tutte le posizioni perdute. Vicina al crollo, la Germania, dopo aver avanzato una proposta di pace (seccamente respinta), conobbe finanche una gravissima crisi interna, politica e sociale – tradottasi in una riforma istituzionale e costituzionale che introdusse un regime politico repubblicano parlamentare -, inducendo il Kaiser Guglielmo II alla fuga, all’abdicazione e a chiedere l’armistizio agli Alleati, firmato l’11 novembre a Rethondes.
••• Nel frattempo, l’Impero ottomano subiva in Medio oriente l’iniziativa dei britannici e dei loro cobelligeranti arabi, mentre l’affiorare inarrestabile delle spinte indipendentiste e nazionaliste decretava la disgregazione dell’Austria e dell’Ungheria, ulteriormente accelerata dalla vittoria delle truppe italiane guidate dal generale Armando Diaz a Vittorio Veneto il 24 ottobre, ponendo in questo modo fine al millenario Impero asburgico, costretto a firmare l’armistizio con l’Italia il 3 novembre.
••• Con gli armistizi firmati nel novembre 1918 si concludeva così la Prima guerra mondiale, una guerra che aveva coinvolto, per la prima volta nella storia, la gran parte delle nazioni, una guerra che in quattro anni era costata immense perdite in termini di uomini e di risorse e che aveva provocato la distruzione di interi territori, lasciando per di più uno strascico di odi e di antagonismi nazionali – soprattutto tra Francia e Germania – che la Conferenza di Parigi non fu capace di contrastare.
Conferenza di pace e Società delle Nazioni
••• La Conferenza di pace venne aperta a Parigi il 18 gennaio del 1919, alla presenza, però, delle sole potenze vincitrici, in quanto i vinti vennero considerati i responsabili del conflitto. Alla Conferenza di pace erano presenti i delegati di trentadue paesi e popoli che direttamente o indirettamente avevano partecipato alla guerra a fianco dei paesi vincitori, ma, ovviamente, protagonisti del negoziato furono Thomas Woodrow Wilson (Stati Uniti), Georges Clemenceau (Francia), David Lloyd-George (Gran Bretagna) e, seppur in una posizione molto marginale, Vittorio Emanuele Orlando (Italia), in quanto rappresentante di una potenza di rango inferiore. Al primo ordine del giorno della conferenza vi fu il patto istitutivo della Società delle Nazioni, cioè l’organizzazione internazionale che, nelle intenzioni di Wilson, avrebbe dovuto prevenire o comunque risolvere pacificamente le future controversie internazionali ricorrendo a sanzioni politiche, economiche e militari. E per far fronte alle molteplici istanze di risarcimento bellico e appianare gli innumerevoli contrasti, nello statuto della Società delle Nazioni venne inserita all’ultimo momento la formula del “mandato”, ovverosia dell’amministrazione di tutti i territori un tempo tedeschi o asburgici o ottomani, il che rendeva già evidenti le difficoltà negoziali e soprattutto l’estrema fragilità della nuova organizzazione che venne compiutamente alla luce nel momento in cui si dovette discutere della “questione tedesca”. In effetti, il trattato di pace sottoscritto a Versailles il 28 giugno del 1919 imponeva alla Germania condizioni durissime, probabilmente non praticabili dal punto di vista politico e sociale, giacché avrebbe significato l’abbattimento complessivo di quella che era stata fino a quel momento l’apparato industriale più importante del Vecchio Continente, e cioè:
••••• il disarmo totale, cosa impensabile per un paese, appunto la Germania, che aveva fatto della forza militare un suo vanto;
••••• la demilitarizzazione della zona attraversata dal Reno e l’occupazione militare francese della zona a sinistra dello stesso fiume, così come, per 15 anni, della Saar, regione tedesca ricchissima di giacimenti di carbone;
••••• la restituzione, in nome del revanscismo francese, dell’Alsazia e della Lorena;
••••• la cessione alla Polonia di gran parte dell’Alta Slesia e della Pomerania e della Posnania, alla Danimarca dello Schleswig settentrionale;
••••• la perdita di tutti i territori coloniali;
••••• il pagamento di pesantissime sanzioni economiche come risarcimento.
••• Per quanto concerne l’altra grande sconfitta, cioè l’Austria, la pace con la Triplice Intesa venne stipulata il 10 settembre 1919 a Saint-Germain-en-Laye e significò la fine di un’epoca, ovverosia del millenario Impero asburgico, ritrovatosi del tutto distrutto, privato dell’esercito, di sbocchi al mare e di gran parte del suo territorio in quanto ormai spettatrice della nascita di nuovi paesi (Cecoslovacchia, Jugoslavia, Polonia). . . . . . . mentre l’altra faccia dell’Impero, l’Ungheria, in base al Trattato di Trianon del 4 giugno 1920 fu spogliata di molte aree a favore di Romania, Jugoslavia e Cecoslovacchia.
••• E infine l’Impero ottomano, con cui fu firmato il Trattato di Sèvres il 10 agosto del 1920, sulla base del quale si assegnava, sotto la formula ambigua di mandato, alla Gran Bretagna l’amministrazione dell’Iraq e della Palestina e alla Francia quella della Siria; inoltre, la Grecia ottenne la regione di Smirne, una parte della Tracia e di Adrianapoli, gli Stretti vennero posti sotto giurisdizione britannica e i popoli arabi, sempre con l’aiuto decisivo della Gran Bretagna, acquistarono l’indipendenza nazionale, pur rimanendo, di fatto, sotto il giogo di Londra.
Conclusioni e conseguenze
••• Come facilmente immaginabile, il prolungarsi contro ogni aspettativa della guerra ebbe conseguenze colossali, sul piano militare, politico e economico, così come su quello del modo di pensare e dei rapporti sociali.
••• In effetti, la Prima guerra mondiale fu la prima guerra globale dell’umanità, dal momento che, con il suo smisurato consumo di risorse e il bisogno di sopportare milioni di individui impegnati al fronte, costrinse le economie dei paesi coinvolti a mobilitare tutte le loro forze, col risultato che la forza bellica divenne, come mai era successo in passato, la conseguenza di quella industriale e quindi della disponibilità delle materie prime. E a tal riguardo, la guerra determinò una svolta epocale dal punto di vista insieme militare e tecnico, con la diffusione delle prime armi automatiche, del carro armato – adottato dalle truppe britanniche nel 1916 -, dei gas soffocanti, del sottomarino e, seppur a scopo ricognitivo, dell’aeroplano, rendendo così terribilmente dispendioso in termini di vite umane il classico e oramai superato attacco mosso dalle forze di fanteria e di cavalleria alle postazioni nemiche e modificando la stessa natura della Prima guerra mondiale, da guerra di movimento a guerra di posizione, e cioè di trincea. Inoltre, la necessità di coordinare milioni di soldati su un fronte solitamente molto ampio rese indispensabile lo sviluppo delle comunicazioni a distanza e l’impiego di mezzi motorizzati atti al trasporto di truppe e di vettovaglie. Più in generale, si assistette alla mobilitazione totale della nazione belligerante e, considerato che il principale committente dell’apparato industriale era divenuto di fatto lo Stato, al progressismo intervento pubblico: dalla produzione industriale incentivata dagli ordinativi statali al contenimento delle derrate alimentari, dalla propaganda alla pianificazione della produzione agricola e così via, facendo sì che la guerra s’addentrasse in tutti i gangli della società, soprattutto in Germania, dove l’interventismo pubblico raggiunse forse il suo apice in termini di programmazione economica e produttiva. E malauguratamente, tutti i vantaggi dell’interventismo statale andarono prevalentemente a favore di pochi gruppi, facilmente individuabili nei cosiddetti “profittatori di guerra”, la cui prosperità, oltre a tutto, contrastava in maniera stridente con le ristrettezze di gran parte della gente e delle truppe, attivamente impegnati come un sol uomo a lottare per il proprio paese fino all’estremo. E così, ineluttabilmente, le battaglie tra gli eserciti schierati e soprattutto il prolungarsi della guerra fecero sì che il nazionalismo e l’entusiasmo di massa dei primi mesi venissero di fatto meno, trasformando la guerra in una immane ecatombe e creando allo stesso tempo i presupposti per il diffondersi nei paesi belligeranti di sentimenti di opposizione alla guerra, e nei quali fecero breccia in primo luogo il pacifismo e l’antimilitarismo, subito denunciati e accomunati dalle autorità civili e militari come disfattismo e tradimento, tanto che a partire dal 1916-1917 si procedette all’arresto di numerosi dissidenti e nelle trincee alla decimazione di interi reparti per mantenere la necessaria disciplina.
••• Ciononostante, l’opposizione delle popolazioni nazionali alle rispettive politiche governative non fu né continua né (tanto meno) compatta: in effetti, ai governi impegnati sul fronte bellico si opposero quasi esclusivamente i socialisti, che organizzarono a più riprese conferenze, come quella di Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916), nelle quali la maggioranza dei partecipanti votò a favore di una mozione che auspicava una pace “senza annessioni e senza indennità”, mentre la minoranza del movimento internazionale socialista - alla cui testa si era già posto prepotentemente Lenin – si augurava, al contrario, la trasformazione della guerra già in atto da imperialistica a operaia e rivoluzionaria volta alla realizzazione di una società socialista. Pertanto, tra le conseguenze principali della guerra vi fu per un verso il graduale venir meno del valore della vita umana e per l’altro l’affermazione nella destra estrema e nazionalistica, così come nella sinistra radicale e rivoluzionaria, delle correnti favorevoli all’uso della forza, se non della violenza, quale strumento di risoluzione delle contrapposizioni politiche e sociali e dunque di un diffuso disprezzo nei confronti degli ideali liberali e democratici. In altri termini, il profondo malcontento verificatosi nel primo dopoguerra, connesso ai mutamenti geopolitici, alla debolezza dei governi postbellici e alle difficili riconversioni delle economie di guerra, investì e travolse nel suo complesso la società europea, poiché alle tradizionali rivendicazioni del movimento operaio, principalmente in Italia e Germania, si devono poi aggiungere i reduci, le organizzazioni politiche, vecchie e nuove, e per ultimi i movimenti delle donne – che, forse, per la prima volta nella storia umana sostituirono sistematicamente negli apparati produttivi gli uomini impegnati nelle trincee -, con il risultato che in diversi paesi l’esplosione sociale pose fine alle democrazie pluralistiche e parlamentari e quindi all’avvento di regimi autoritari e fascisti.
••• In definitiva, l’eredità che la Grande Guerra lasciava al mondo, e principalmente all’Europa, era costituita da desolazioni senza precedenti, anche per le stesse potenze vincitrici, da debiti, da una pace scritta sull’acqua, da istituzioni politiche – nazionali e internazionali – infiacchite, da trattati di pace inconcludenti e incapaci di superare le rivalità nazionali che anni prima erano state all’origine del conflitto e che crearono le premesse per ulteriori ostilità e guerre, da nuove posizioni di forza sullo scacchiere internazione – con l’Europa che, dopo molti secoli, perse il suo ruolo guida a tutto vantaggio degli Stati Uniti, i quali, usciti dal loro isolazionismo, divennero da quel dato momento la nazione più influente e potente del mondo -, e su tutto, comunque, il numero di morti – poco meno di dieci milioni – e l’inattuabilità pratica di creare un nuovo sistema di rapporti internazionali.
Notes
••• 1. Contro la guerra in corso ormai già da tre anni si alzò nell’agosto del 1917 a gran voce, ancorché inutilmente, il grido di dolore di Benedetto XV, il quale in modo accalorato scriveva quanto segue: “In sì angoscioso stato di cose, dinanzi a così grave minaccia, Noi, non per mire politiche particolari, né per suggerimento od interesse di alcuna delle parti belligeranti, ma mossi unicamente dalla coscienza del supremo dovere di Padre comune dei fedeli, dal sospiro dei figli che invocano l’opera Nostra e la Nostra parola pacificatrice, dalla voce stessa dell’umanità e della ragione, alziamo nuovamente il grido di pace, rinnovando un caldo appello a chi tiene in mano le sorti delle Nazioni. Ma per non contenerci più sulle questioni generali, come le circostanze suggerirono in passato, vogliamo ora discendere a proposte più concrete e pratiche. Siamo animati dalla cara e soave speranza di vederle accettate, e di giungere quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale ogni giorno di più apparisce inutile strage.”
Bibliografia
••• “Storia contemporanea”, Donzelli Edizioni, Roma, 1998
••• Martin Gilbert, “La grande storia della Prima guerra mondiale”, Mondadori Edizioni, Milano, 2000

••• Massimo L. Salvadori, “Encicloepdia storica”, Zanichelli Edizioni, Bologna, 2000
••• Basil Henry Liddel Hart, “La Prima guerra mondiale”, Rizzoli Edizioni, Milano, 2006
••• “La storia”, UTET Edizioni, Torino, 2007; De Agostini Edizioni, Novara, 2007; Mondadori Edizioni, Milano, 2007